Presentazione
Alcuni anni fa per una mostra alla Viotti avevo già avvertito nell’opera di Vittorio Sodo l’effetto insistente di un disinteresse “per la realtà di luogo e di tempo “. Le soluzioni che egli dava al problema ed alla realtà del dipingere erano ancora coinvolte nei lacci dell’informale, anche se non nei lacci delle angosce esistenziali dell’informale. C’era nei segni e nelle tinte di Sodo una specie di scoperta allegria, che si consumava in eccitati cromatismi.
Nelle ultime opere, degli anni 77-79, il nodo della rappresentazione si é chiarito attraverso la volontà esplicita di tornare a misurarsi con l’umano, con la credibilità delle forme del reale, la loro logica, la dialettica che esse instaurano con l’ambiente in cui si manifestano per poter essere almeno una parte di una storia. Ma quel “distacco dalla realtà e dal tempo” non é meno intenso. Già Franco Solmi, che introduce una monografia edita in occasione di questo giro di mostre, da Torino a Roma e poi altrove, scrive che Sodo ha semplicemente accettato << la dimensione teatrale» cioè la finzione di un tempo e di un luogo e quindi “ancora una volta, la dimensione del rito e del simbolo”.
Questi due elementi della figurazione attuale sono resi evidenti dal ricorso dell’artista all’uso di una maschera ripetitiva, una forma quasi narcisistica di “autoritratto ideale”, come segno di coinvolgimento integrale della propria figura nelle figure dell’invenzione iconografica, una ricerca di identità attraverso una maschera che presta il volto alle situazioni più varie, l’annegato, Oloferne, Davide, Golia (con una ripresa diretta dal Caravaggio), il burattinaio, il re folle, ecc.
In questi dipinti si avverte la tensione tipica dei momenti delle scelte decisive, dei rinnovamenti, dei rischi.
La materia pittorica é ancora giocata sui timbri forti (gialli, rossi, verdi rotanti intorno a un blu pilota), ma il disegno cerca con evidenza sottigliezze persino capillari e squisitezze decadenti, soprattutto dove compare la maschera della donna.
Luigi Carluccio
Anche per Vittorio Sodo, come per larga parte della giovane pittura italiana, il tema centrale é l’uomo. Solo che Sodo non invischia il proprio discorso nei termini, brevi alla fine, di una polemica meramente sociologica, né riduce l’uomo a un emblema univoco, atto ad indicate un momento esistenziale. Egli rifugge cioé dalla linea di una certa nuova figurazione — che, ad onta dei suoi velleitarismi ideologici si é ormai palesata, quale manierismo di comodo, stracco ripetitore di modi altrui (Bacon, Giacometti ecc.) — per evocare una pluralità di eventi: i quali sottintendono certo una situazione ma adombrano anche un destino.
Sodo, insomma, tende a superare l’elemento contingente per elaborate un discorso di più ampio respiro avente per obiettivo le definizione di una condizione storica.
Un discorso complesso, dunque, questo di Sodo, e che tuttavia si dipana con indubitabile chiarezza in ragione di un linguaggio maturato attraverso anni di assiduo impegno, di ricerca, di sperimentazione. Un linguaggio che, se dell’artista può indicare talune preferenze culturali, documenta altresì che la cultura non ristagna sul dipinto quale sedimento ma vi si é disciolta come agente attivo e sollecitante.
Carlo Munari
… il nuovo interesse “per la realtà di luogo e di tempo”, sottolineato da Carluccio, ha finito per trascinare Sodo e la sua pittura in una dimensione eminentemente simbolica, del tutto atemporale, non definibile attraverso determinazioni di luogo o di situazione. E questo il segno che l’artista ha saputo assumere il rischio della contraddizione e dell’ambiguità: un rischio tutto moderno, al di fuori del quale v’e soltanto pacata indifferenza o acritica accettazione degli schemi fissi del comportamento sociale, quotidiano. Della quotidianità, invece, Sodo ha proposto la più radicale negazione immettendo nel fluire ben ordinato degli stilemi e dei segnali di quella che fu la società affluente il disordine di una immagine enigmatica, colma di simboli, provocatoriamente allusiva a situazioni vissute quotidianamente ma frequentabili solo per virtù d’arte. Di qui il recupero di una nuova, aperta, dimensione dell’universale, visto pero attraverso la disgregante ironia che e propria dei simboli. L’uomo idea e l’uomo spazio diventano, nella serie degli Identikit o dei Nuovi Re, personaggi di un rituale collettivo che si svolge in qualche mitico angolo di questo presente, o incombenti memorie di immagini ormai incredule, o afferrabili, appunto, nella loro simbolica icasticità. Già nelle illustrazioni per Garcia Lorca l’assunzione dell’uomo come emblema irreparabilmente collettivo (in quanto privato di ogni individuale identità) si giustificava nel parallelo con la coralità della poesia. Oggi questa complicità non è più necessaria, cosi come non é necessario che l’artista menta a se stesso “fingendosi” interprete credibile di qualche realtà che possa valere, e apprendersi, “ socialmente”. Dalla larva umana, dall’ectoplasma deviante ma pur sempre legato a una sua dannazione d’individuo, di eremita di massa, che fu il protagonista di una ultima impossibile contestazione, Vittorio Sodo è trascorso a una sovrastruttura figurale che trova la propria autonomia proprio nella cosciente rinuncia ad essere immagine dell’uomo: simbolo, quindi, e simulacro che si dichiara tale senza infingimenti e senza illusioni che non siano quelle dell’arte e dei suoi rituali.
Franco Solmi